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Oggi; 11. settembre, 2010- Sabato
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Si sbarca di prima mattina e l’Islanda ci accoglie con tenperatura piuttosto bassa e cielo coperto con nebbiolina. Tutti abbiamo la sensazione che il viaggio cominci adesso e mentre prepariamo l’abbigliamento e sistemiamo il carico rimaniamo per un po’ assorti nei nostri pensieri.
Tra i vari motociclisti scesi dalla nave ci colpisce un ragazzo statunitense con un CBR600 che ci racconta di essere in viaggio da circa un anno. Sarebbe troppo lungo citare i paesi che ha passato ma credetemi che un po’ lo abbiamo invidiato…..anzi lo abbiamo invidiato un sacco!
Il gruppo si sgrana, il Ducaconte e il Carota puntano all’asfalto (speriamo tutti che il Carota non voglia replicare le sue tappe 2000 km. giornalieri altrimenti rischia di girare l’isola venti volte come un criceto nella ruota), i ragazzi di Lecco spariscono verso il primo gommista per montare al Suzuki motard una gomma più seria (peccato che il cerchio anteriore rimanga lo stesso!!), Paolo e Alberto fanno gruppo con noi.
Baci e abbracci e si parte.
A Egilsstadir rifornimento e cambio delle schede telefoniche.
Nelle zone interne si comunica solo con il satellitare o con delle sim ricaricabili che fanno capo ad una linea gsm che garantisce copertura in tutta l’isola.
Niente di piu’ falso!! Caricate con 5000 corone (56 €) davano copertura esattamente come le altre (vodafone e tim ecc.) e quindi ci siamo trovati a non poter mai comunicare se non nelle città piu’ grosse o lungo la costa più turistica.
Fortunatamente di problemi non ce ne sono stati altrimenti avremmo dovuto attendere il passaggio di qualcuno, ma in quei posti non gira molta gente….
Vi consigliamo, se volete stare tranquilli, di noleggiare in italia un telefono satellitare.
Imbocchiamo la 1 direzione Myvatn per poi lasciarla. Matteo e Paolo seguendo la pista 923, sterrato molto semplice con pochi punti pietrosi,. Claudio e Alberto seguendo una pista parallela segnalata come difficile nella mappa per valutarne l’effettiva durezza.
Ci si ritrova all’ultimo punto di rifornimento lungo la pista F910 a sud nei pressi del bivio per l’Askjia.
Valutate bene la posizione delle stazioni di servizio perché in queste zone sono pochissime e distanti tra loro anche 250/300 km. Spesso si devono fare delle deviazioni anche piuttosto lunghe rispetto all’itinerario previsto per rifornire e per sicurezza non partite senza taniche per almeno 10 litri supplementari.
Considerate anche che in fuoristrada, soprattutto nei tratti sabbiosi i consumi aumentano parecchio comunque con un po’ di attenzione è difficile restare a secco.
Anche se sono fatiscenti, le pompe erogano tutte una sana verde a 95 ottani e il classico diesel.
Seguiamo sempre la F910 e il terreno si fa più duretto, aumentano i tratti pietrosi e la pista è solcata dai canali scavati dall’acqua , si aprono panorami stupendi. Iniziano i primi guadi, una costante di tutto il viaggio, sono fiumi piccoli ma è difficile interpretarne la profondità.
Affrontiamo i primi molto umilmente, le moto sono cariche come cammelli e non sarebbe il caso di parcheggiarle in acqua all’inizio della vacanza.
Bagnare una candela o un filtro di una Kappona o un Transalp ci farebbe perdere un sacco di tempo.
Da perfetti gentiluomini usiamo Sabrina come paletto di segnalazione spedendola a passeggiare in mezzo al fiumiciattolo e chiedendole pure di vedere se ci sono pietroni.
Paolo commenta “ maremma cane… è sopra al ginocchio saranno 70 cm.” e Matteo :” no no, vai tranquillo Sabrina è bassa saranno si e no 50 , si passa tranquilli…” .
E così è stato.. Matteo liscio e Claudio liscio pure lui se non fosse per un pietrone jolly che lo deraglia un po’.
Alberto si pianta subito, riparte e scarroccia paurosamente verso le rapide con Matteo a bordo fiume che fa finta di essere pronto ad aiutarlo ma passa anche lui indenne.
Paolo, in barba ai consigli, parte direttamente verso le rapide e dopo, non si sa come, risale la corrente come un salmone sfiorando i pietroni a bordo fiume per poi uscirne…con i piedi un po’ bagnati.
Si supera qualche altro guado tranquillamente mentre la pista diventa più scura. Siamo in una zona vulcanica, le rocce sono nere e taglienti e i panorami lunari.
Abbiamo capito perché verso la fine degli anni ‘60 la NASA mandò proprio qui gli astronauti dell’Apollo 11 Armstrong e Aldrin per compiere degli allenamenti in preparazione allo sbarco sulla Luna.
Intorno a noi il nulla, nessun tipo di vegetazione e colate di lava a perdita d’occhio.
I vulcani ormai spenti che si vedono sono a tratti spigolosi e a tratti arrotondati, con bocche eruttive lungo i versanti.
Inizia la sabbia, finissima e devastante per le gomme che si lucidano piallandosi a vista d’occhio.
Si procede tranquilli, Matteo scopre che la Kappona in queste condizioni pare che perda i chili di bagaglio e passeggero, incredibile basta aprire e lei va dritta nei solchi come un rompighiaccio senza avere mai una reazione anomala.
Telaio e sospensioni da applausi.
Anche Claudio è impressionato dal Transalp, una moto facile che si tira sempre fuori, peccato solo per l’altezza da terra un po’ ridotta che gli impone una guida più accorta nei tratti pietrosi e nell’attraversamento delle placche di lava onde evitare colpi alla coppa e leveraggi.
In queste condizioni Paolo e Alberto ingaggiano una gara di tuffi, risoltasi in parità (3 a 3) e fortunatamente senza danni a piloti e mezzi. Ad un bivio chi si incontriamo Matteo e Marco, i ragazzi di Lecco, con occhio un po’ pallato (soprattutto Marco), guidare un motard li in mezzo non dev’essere proprio semplice.
La colonna riparte e si fa gruppetto con Matteo e Claudio rispettivamente in testa e coda tipo branco di elefanti con quelli sani che a cerchio proteggono i più malandati al centro.
Dopo circa 40 km. si arriva al rifugio dell’Askjia.
Matteo arriva prima e si prepara per fotografare il passaggio del gruppetto.
Arriva Paolo che notando il fotografo in posizione, si incurva sulla moto, da gas per avere una foto storica entra in curva stile Dakar compiendo un 360° con perno sul cilindro sinistro della BMW e rovinando a terra sotto l’obbiettivo impietoso che si ottura a raffica.
A questo punto Paolo passa sul 4 a 3, si aggiudica la gara di tuffi e viene ribattezzato Ramenotti (ramenotto=caduta in dialetto veneto).
La sua BMW 800, datata ma mai doma diventa la Leonessa, le pacche ricevute sembrano non averla mai messa in crisi (grande moto!).
Aiutatolo a rialzarsi, la sua unica preoccupazione era che non si fossero rotti i vasi di pesto e pummarola fatta in casa nonché la bottiglia di olio bono che trasportava dentro le borse!! Altro che camere d’aria, leve e attrezzi….
Arrivati al rifugio Claudio si monta la tenda e Matteo e Sabrina optano per un più tranquillo sacco a pelo in camerata.
La sera Ramenotti, felice per aver salvato i viveri, ci cuislanda delle farfalline al pesto da urlo che ci rimettono in sintonia col mondo.
I prezzi non sono male, per una piazzola tenda circa 10€ e 15/20€ per uno sleeping bag, cuislanda a disposizione e bagni puliti.
Si parte per escursione alla caldera e al cratere Viti percorrendo una stupenda ma troppo corta pista di circa 8 km. verso il lago Oskjuvatn.
Purtroppo si lasciano le moto al parcheggio e ci facciamo una camminata di circa 40 minuti attraverso una piana sabbiosa con colori che a volte passano dal nero al rosso a seconda dei minerali presenti.
La caldera dell’Askjia con il suo lago è il risultato di una eruzione del 1875 i cui effetti disastrosi si sentirono anche nell’Europa continentale, 50 kmq di desolazione dove la natura ti fa capire subito chi comanda.
Proprio di fianco all’Oskjuvatn si vede il piccolo cratere di Viti che ancora oggi contiene un lago di acqua calda.
Solo Claudio come una capra di montagna scende a toccarne le acque e al suo ritorno ci riferisce che le rocce “friggono” e sudano vapore…
Tornati alle moto si studia il percorso verso il lago Myvatn.
Decidiamo di ripercorrere la pista F910 del giorno prima evitando la più comoda F88 per la presenza di un guado assassino piuttosto profondo segnalatoci da alcuni islandesi. Preferiamo rifarci la sabbia e le pietrazze piuttosto di scaricare tutte le moto per passare tranquilli questo fiume.
A sorpresa Ramenotti e Alberto optano per il guado, la guida su sabbia forse li ha stancati un po’ troppo e li vediamo sparire all’orizzonte con un po’ d’ansia nell’animo.
Ripercorriamo la pista ad andatura sostenuta, si sale a nord per la F905 e si intercetta la 1 (asfalto). Per fortuna di Matteo in zona c’è una pompa non segnalata nelle mappe visto che la Kappona a 210km aveva quasi finito la riserva.
All’uscita della F88 chi ti troviamo? Ramenotti e Alberto, a bordo strada, sfatti ma felici per l’impresa mentre danno consigli a degli enduristi francesi.
Ci raccontano che hanno guadato tre fiumi di cui uno, quello assassino, profondo più di 70/80cm.
Scaricato tutto il bagaglio lo hanno attraversato spingendo le moto e poi se lo sono fatto a piedi circa 5 volte per portare tutte le borse sull’altra sponda.
Continuiamo tutti assieme verso il Myvatn, visitando delle fumarole lungo la strada e scopriamo che questo è probabilmente uno dei luoghi più turistici di tutta l’isola.
La zona infatti è molto aspra, ricca di campi lavici, attività geotermica, crateri e formazioni rocciose ma nel contempo anche facilmente raggiungibile percorrendo strade asfaltate.
Da notare che Myvatn significa “lago del moscerino”, gli sciami sono esasperanti come i turisti con trolley!
Tutto pieno.
Claudio, Ramenotti e Alberto riescono a trovare posti tenda…Matteo e Sabrina si fanno altri 100 km. per andare ad Akureyri, la capitale del nord, riuscendo a farsi spennare più di 200€ per una camera.
La città è molto viva e piena di ragazzini tutti ubriachi…..mah.
Ci si ritrova la mattina dopo a Housavik, cittadina sulla costa nord famosa per il whale watching.
Seguiamo la 85, una facile pista ghiaiosa lungo la costa e nel tragitto si beccano Alberto e Ramenotti che stavano facendo il giro al contrario! Quest’isola pare più piccola di un paesotto di campagna., prima o poi ti ritrovi sempre….
L’intento è di raggiungere il punto più a nord dell’isola e ci riusciremo imboccando il sentiero per Riffstangi una pista invisibile che vediamo solo noi piena di pietre monolitiche.
Andiamo avanti il piu’ possibile iventandoci il percorso in mezzo alle rocce e ancora adesso pensiamo sia stata solo un’alluislandazione.
Sabrina, la più saggia del gruppo, consiglia di non procedere oltre, ma fregandosene di gomme e botte nel paracoppa (del Transalp) si va avanti fino alla fine.
Ritornati sulla retta via (ovviamente attraverso la stessa pista) ci si ferma a Raufarhofn sulla costa.
Il paese è deserto, pare ci vivano 165 persone, ed è in una zona a detta dei locali infestata dai fantasmi.
Se lungo la strada vedete degli spaventapasseri vestiti a festa non preoccupatevi…servono per tenerli lontani!
Sabrina col raffreddore viene curata da uno sciamano del luogo con un macerato di erbe islandesi e gemme di olio squalo…dopo due giorni era perfetta.
Arrivano i primi messaggi del Ducaconte…Stanno come al solito bevendo in qualche paese disperso e ci rassicura che il Carota tiene chilometraggi umani.
La giornata non è delle migliori: piove ma sopratutto tira un vento fortissimo evento piuttosto comune in quest’isola.
Continuiamo a percorrere la 85 per poi addentrarci nella pista 867 che attraversa una piccola area vulcanica in altura.
Il vento rinforza e procediamo lentissimi, con le moto inclinate che con le raffiche scarrocciano di alcuni metri. Claudio un paio di volte si ferma nel cumulo di sassi e sabbia a bordo pista ad un passo dal burrone. Impieghiamo circa due ore e mezza per fare meno di 70 km.
Puntiamo poi a sud per la pista 864 e visitiamo la cascata Dettifoss, la più alta d’Europa e in effetti è imponente con una enorme portata d’acqua. Purtroppo la pioggia rovina un po’ lo spettacolo, che nei giorni di sole ci dicono essere ancora più grandioso per la formazione di moltissimi arcobaleni.
Procediamo poi per la 1 sempre sotto acqua e raffiche di vento che non accenna a diminuire per tornare al Myvatn e fermarci successivamente per la notte a Laugar, il punto di partenza per la pista F26 dello Sprengisandur.
Si dorme in splendida guesthouse molto economica e per ritemprarci delle fatiche ci concediamo un bagno ristoratore in una vasca termale completamente a nostra disposizione.
Ci svegliamo con un sole splendido e ci dirigiamo verso l’imbocco della pista F26 che ci dicono essere piuttosto ostica.
La strada che attraversa da nord a sud tutta l’isola è poco battuta con alcuni guadi impegnativi.
Mancano i punti di rifornimento e riempiamo le taniche per avere 10 litri supplementari.
Scendiamo prima lungo la pista 844 e poi 843 per visitare il lago Svartarkot.
La strada corre in una valle lungo un fiume dai colori bellissimi e con piccole cascate e termina in questo placido lago…ovviamente infestato dai moscerini.
La pista è veloce e non particolarmente impegnativa e fatte le foto di rito la ripercorriamo per portarci sull’altra sponda del fiume, lungo la 842 e infine la F26 dello Sprengisandur.
La pista attraversa un deserto pietroso dai colori simili alle piste africane che passa in mezzo ai ghiacciai Hofsjokull (a ovest), Vatnajokull e il più piccolo Tungnafellsjokull(a est), che ci offrono spettacolari vedute.
Questi luoghi sono famosi per gli Islandesi perché in passato vi si rifugiavano i fuorilegge, sicuri di non essere cercati in lande tanto inospitali.
Ci viene anche consigliato di non “disturbare” le pietre perché molte di loro sono dei Troll mangiatori di uomini ….consiglio seguito di buon grado anche perché fare del fuoripista qui sarebbe impossibile.
Le tradizioni islandesi sono molto vive in queste zone.
Benchè a maggioranza cattolica si presume che il 60% della popolazione sia ancora votata agli dei Odino e Thor, retaggio della prima colonizzazione vichinga.
Durante un fuoripista in Askja a Matteo fu fatta una romanzina da un ragazzo islandese che lo accusava di aver disturbato il “popolo del sottosuolo”, piccole creature che ci immaginiamo essere come trolls e fate molto suscettibili.
Questo ci raccontò anche che il tragitto di una strada in costruzione fu deviato, perché, dopo la morte improvvisa di alcuni operai che lavoravano in quel cantiere , si pensò a ritorsioni di queste piccole creature.
La pista corre comunque veloce ed è stressante solo per i mezzi, le pietre sono piuttosto grosse e taglienti e ci accompagneranno per tutti i 250 km. percorsi.
Matteo cerca di risparmiare quel briciolo di copertone rimastogli e Claudio prega che il Transalp non si smonti.
A metà strada chi ti vediamo scendere in lontananza da un monte? Ramenotti e Alberto ovviamente che stavano risalendo da una pozza termale della zona.
Saluti, cicche, baci e abbracci (tanto ci si ribecca di sicuro in mezzo a qualche viottolo) e si riparte.
Il primo è difficile da interpretare, ormai è sera, la giornata
è stata a tratti soleggiata e i ghiacciai scaricano più acqua
nei torrenti che si ingrossano nel giro di poche ore.
Una Jeep passa dritta e va sotto fino al cofano, Matteo passa a lato, pare ok,
passa anche Claudio.
Matteo mosso a compassione torna indietro a caricare Sabrina scaricandola però, con la galanteria che lo contraddistingue, in un isolotto a centro fiume e prosegue verso l’altra sponda. Un’anima pia gira la Jeep e torna indietro a caricarsi la sventurata prima che arrivi l’onda di piena.
Dopo poco il secondo, proprio davanti ad un rifugio. Matteo valuta, passa e ritorna a prendere Sabrina, per mollarla nel solito isolotto….
Claudio cercando strade alternative pianta il muso della moto in acqua restando 5 minuti a pensare riuscendo poi a liberarsi per approdare in un altro isolotto salva ebeti!
La corrente è forte e i detriti rendono impossibile una valutazione a vista della profondità.
Pronti a buttarci dentro, un gentilissimo pilota di autobus gira il suo mezzo già parcheggiato al rifugio e si rifà il guado mostrandoci dove mettere le ruote.
Passiamo senza problemi ricevendo saluti e applausi da un gruppetto di turisti francesi…Sabrina stavolta se la fa a piedi litigando con le rapide.
Il rifugio purtroppo è pieno e riprendiamo la marcia verso quello successivo a Versalir.
Prima di arrivare ci attende un altro fiume che stavolta passiamo dritti fregandocene di traiettorie e correnti….Matteo non scarica nemmeno Sabrina (forse si sente in colpa) , finiamo sotto ben bene ma ne usciamo anche stavolta.
Trovato da mangiare e dormire si va finalmente a letto.
Sperando ne possiate trovarne una utilità adeguata su questa fantastica avventura, colgo l' occasione per salutarvi ; Matteo De Toni.
Per discussioni relative a questo argomento, consultate l' apposito Topic, presente nel FORUM DI TENERSIDE.
data: 11-09-2006; Vazzoler Massimo